Nicola Pili
Qualcuno ebbe a dire una volta: “(…)da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuoi dire che diventa aceto, è così; se vuoi dire che migliora con l’età, non è così” -Marcellus Wallace-.
Quale aneddoto calza di più di questo per tutti i recenti disastri Hollywoodiani: basti pensare a film come “Trenta giorni di buio”o gli ultimi film di “James Bond”, o ancora al farcito “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” che già il titolo fa ridere. Ma questa le batte tutte.
Terminator Salvation
Non poteva farcela a lungo. Con "Terminator 3: le macchine ribelli" la formuletta magica di Hollywood aveva funzionato per l’ennesima volta: chi non avrebbe voluto rivedere il caro Schwarzy in vesti metalliche, la purissima azione, le esplosioni e le gambe rotte che i precedenti due capitoli della saga robotica più celebre(nulla togliendo a Tetsuo)che avesse mai solcato i nostri schermi ci aveva regalato. Una saga costellata di paradossi allucinanti e colpi di scena della vita familiare alla Guerre Stellari. Così lo vidi; e lo videro tutti gli appassionati del genere. E guardando questo film, l’idea che già da altri film mi era stata suggerita si realizzò definitivamente: gli effetti speciali, pur essendo potenti al cinema o con un sistema dolby, non fanno il film. Troppe sono state le esplosioni computerizzate e le automazioni dei robot al limite dell’irrealtà; tutto troppo perfetto. E, come sempre, quando un aspetto del film poco importante come gli effetti viene curato meglio, a scapito degli altri parametri importanti del film, come l’interpretazione e lo storyboard, la pellicola è condannata.
Certo, può essere piaciuto a qualcuno, forse a molti, ma tutti saranno d’accordo nel sostenere che il penultimo capitolo di Terminator non può considerarsi neanche lontanamente paragonabile ai suoi predecessori. Ma eccoci al dunque: che senso avrebbe, dopo lo scortese schiaffo puzzolente della soap-opera Sarah Connor Chronichles, umiliare ancora la memoria di un classico della cinematografia contemporanea quale è Terminator? Rivoltarlo, scuoterlo come un tappeto sporco, appropriarsi della storia, dei personaggi e delle invenzioni solo per fare un altro, ennesimo film futuristico d’azione senz’anima e senza un briciolo di modestia?
Hollywood ce lo vede un senso: il boom ai botteghini. Come per Star Wars e Indiana Jones poi, hanno di nuovo fregato tutti alla grande: il titolo sul manifesto sembra il canto di una sirena che attrae e poi uccide, un richiamo a cui è impossibile resistere. Per fortuna, tutti noi oggi possiamo giovare del servizio che internet esegue per la comunità: farci assaggiare il prodotto (quasi sempre facendocelo mangiare per intero), così possiamo testare la qualità. Io ho fatto così. Sembrerebbe che io l’abbia visto questo film, da come ne sto parlando. In realtà non l’ho visto per intero: sono “uscito dalla sala” prima, non so quanto. Cercavo di resistere per vedere finalmente di nuovo Arnold fatto al computer, tornato in auge come al suo esordio; ma non ce l’ho fatta. Scontato, ambizioso e, nonostante gli sforzi, per niente cupo. Buona visione.
martedì 17 novembre 2009
sabato 7 novembre 2009
Fortapàsc
Maurizio Fo
In un triste weekend di Halloween causa influenza, ho scelto di noleggiare questo film la cui uscita nelle sale risale alla scorsa primavera. Senza togliere il gusto della visione (che consiglio personalmente a tutti), è bene per completezza raccontare in sintesi la vicenda. Prima di tutto, la storia è vera. Il titolo allude al fortino assediato dai pellerossa, che in questo caso sono metaforicamente rappresentati dalla camorra.
Torre Annunziata, 1984.
Alla redazione-succursale del giornale “Il Mattino” di Napoli lavora un giornalista “abusivo”, Giancarlo Siani. Inizialmente si occupa di fatti di cronaca nera. In seguito viene a conoscenza delle collusioni tra camorra e politica e denuncia, sempre dopo un’attenta e scrupolosa verifica, i fatti così come si svolgono, senza filtro alcuno, spiegandone tutti gli intrecci.
Il suo operato, però, non è di gradimento né ai politici (vedi il sindaco di Torre), né tantomeno ai boss Valentino Gionta (astro nascente della camorra locale) e Lorenzo Nuvoletta.
Intanto Siani è promosso giornalista presso la redazione de Il mattino di Napoli, dove incomincia a lavorare su un’inchiesta riguardante l’appropriamento indebito dei fondi per la ricostruzione del dopo terremoto in Irpinia da parte della camorra.
Contemporaneamente la crescita di potere di Gionta non piace ai suoi alleati, che decidono di venderlo alle forze dell’ordine.
Siani scrive un articolo che riguarda appunto questo fatto: firma così la sua condanna a morte.
I Nuvoletta, per salvaguardare il proprio onore di fronte a Gionta, decidono di farlo tacere.
La sera del 23 Settembre 1985, a Napoli due killer freddano con dieci colpi di pistola il giornalista in un parcheggio sotto casa. Misteriosamente dell’inchiesta cui Siani stava lavorando non se ne sa più nulla.
Ben dodici anni passeranno prima che si conoscano i volti dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio del giornalista.
In rete è possibile comunque reperire numerose recensioni ed analisi.
Eccone una:
http://www.100cinema.it/index.php?/494-Fortapasc-Al-Cinema-Scheda-Cast-Trama-Pressbook-Recensione-Trailer.html
Personalmente dissento dal definire questo film solamente un potenziale buon prodotto per la Tv, come dichiara la recensione sopra indicata. È vero, ci sono dei difetti: molti personaggi sono caricaturali (basti vedere i boss o le impotenti forze dell’ordine), il sorriso finale di Siani forse è troppo costruito e lascia un messaggio di speranza eccessivo. Ma l’obiettivo principale del film è diverso: oltre a raccontare un pezzo di storia italiana purtroppo dimenticata, è importante come il regista abbia voluto rappresentare sullo schermo la storia di un uomo, che ha perso la vita solo per aver raccontato la verità dei fatti.
Una scena molto significativa è quella in cui Siani (Libero De Rienzo: una perfetta mimesi col vero Siani) parla sulla spiaggia col suo ex direttore alla redazione di Torre, Sasà (Ernesto Mahieux). Quest’ultimo spiega a Siani la distinzione tra “giornalisti-giornalisti” (quelli che ricevono la notizia, la verificano e la scrivono senza esitazione) e i “giornalisti-impiegati” (quelli che scrivono, non fan scoop, inchieste): ritenendo di appartenere alla seconda categoria, il personaggio mostra di essere un ingranaggio ormai perfettamente integrato nel sistema, che tutto sommato è contento, perché ha la macchina, l’appartamento, l’assistenza sanitaria.... E ha raggiunto questo traguardo perché a differenza di Siani non caccia il naso dove non gli è consentito. Perché gli scoop fanno male: scuotono le coscienze, fanno venire a galla la verità. E questo non sta bene ai boss ovviamente.
Siani quindi faceva parte di quella serie di giornalisti, scrittori o, allargando il perimetro, di tutte quelle persone, che amavano la loro professione. La storia italiana è ricca di questi personaggi e molti di questi sono poi stati ricordati in pellicole come questa: basti pensare ai “Cento passi” di Marco Tullio Giordana su Peppino Impastato o alle numerose fiction sui giudici Falcone e Borsellino. Pochi, come il sottoscritto, avrebbero conosciuto la vicenda di Siani se Marco Risi (figlio del famoso e compianto Dino) non avesse diretto questo film a distanza di quasi trent’anni dalla sua morte.
Anche oggi c’è un Siani tra noi ed è Roberto Saviano, un uomo che oggi vive praticamente da ergastolano e perennemente sotto scorta per aver scritto un libro, dove racconta nient’altro che la verità, non la rielabora, rende leggibili citazioni di atti processuali e spiega l’intelaiatura del tessuto camorristico, come guadagna, come investe, come ammazza. E per questo continua a ricevere minacce di morte: pochi mesi fa era stato persino scoperto un piano per ucciderlo, che ha costretto lo scrittore a cambiare immediatamente il suo “rifugio”. Come un animale braccato.
Credo che aldilà del gradimento o no che possa derivare dalla visione del film sia necessario innanzi tutto riflettere e non dimenticare personaggi come Siani e soprattutto continuare a sostenere chi lotta per il diritto all’informazione. E solo così nel nostro paese (perché la camorra come la mafia non sono un’esclusiva di Campania e Sicilia) non vi saranno più Fortapasc.
Allego alcuni siti d’interesse:
http://www.giancarlosiani.it/mistero.html sito ufficiale di Giancarlo Siani
http://www.osservatoriocamorra.org/root_sito/pagine/
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=1179 doc. sulla vicenda Siani
In un triste weekend di Halloween causa influenza, ho scelto di noleggiare questo film la cui uscita nelle sale risale alla scorsa primavera. Senza togliere il gusto della visione (che consiglio personalmente a tutti), è bene per completezza raccontare in sintesi la vicenda. Prima di tutto, la storia è vera. Il titolo allude al fortino assediato dai pellerossa, che in questo caso sono metaforicamente rappresentati dalla camorra.Torre Annunziata, 1984.
Alla redazione-succursale del giornale “Il Mattino” di Napoli lavora un giornalista “abusivo”, Giancarlo Siani. Inizialmente si occupa di fatti di cronaca nera. In seguito viene a conoscenza delle collusioni tra camorra e politica e denuncia, sempre dopo un’attenta e scrupolosa verifica, i fatti così come si svolgono, senza filtro alcuno, spiegandone tutti gli intrecci.
Il suo operato, però, non è di gradimento né ai politici (vedi il sindaco di Torre), né tantomeno ai boss Valentino Gionta (astro nascente della camorra locale) e Lorenzo Nuvoletta.
Intanto Siani è promosso giornalista presso la redazione de Il mattino di Napoli, dove incomincia a lavorare su un’inchiesta riguardante l’appropriamento indebito dei fondi per la ricostruzione del dopo terremoto in Irpinia da parte della camorra.
Contemporaneamente la crescita di potere di Gionta non piace ai suoi alleati, che decidono di venderlo alle forze dell’ordine.
Siani scrive un articolo che riguarda appunto questo fatto: firma così la sua condanna a morte.I Nuvoletta, per salvaguardare il proprio onore di fronte a Gionta, decidono di farlo tacere.
La sera del 23 Settembre 1985, a Napoli due killer freddano con dieci colpi di pistola il giornalista in un parcheggio sotto casa. Misteriosamente dell’inchiesta cui Siani stava lavorando non se ne sa più nulla.
Ben dodici anni passeranno prima che si conoscano i volti dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio del giornalista.
In rete è possibile comunque reperire numerose recensioni ed analisi.
Eccone una:
http://www.100cinema.it/index.php?/494-Fortapasc-Al-Cinema-Scheda-Cast-Trama-Pressbook-Recensione-Trailer.html
Personalmente dissento dal definire questo film solamente un potenziale buon prodotto per la Tv, come dichiara la recensione sopra indicata. È vero, ci sono dei difetti: molti personaggi sono caricaturali (basti vedere i boss o le impotenti forze dell’ordine), il sorriso finale di Siani forse è troppo costruito e lascia un messaggio di speranza eccessivo. Ma l’obiettivo principale del film è diverso: oltre a raccontare un pezzo di storia italiana purtroppo dimenticata, è importante come il regista abbia voluto rappresentare sullo schermo la storia di un uomo, che ha perso la vita solo per aver raccontato la verità dei fatti.
Una scena molto significativa è quella in cui Siani (Libero De Rienzo: una perfetta mimesi col vero Siani) parla sulla spiaggia col suo ex direttore alla redazione di Torre, Sasà (Ernesto Mahieux). Quest’ultimo spiega a Siani la distinzione tra “giornalisti-giornalisti” (quelli che ricevono la notizia, la verificano e la scrivono senza esitazione) e i “giornalisti-impiegati” (quelli che scrivono, non fan scoop, inchieste): ritenendo di appartenere alla seconda categoria, il personaggio mostra di essere un ingranaggio ormai perfettamente integrato nel sistema, che tutto sommato è contento, perché ha la macchina, l’appartamento, l’assistenza sanitaria.... E ha raggiunto questo traguardo perché a differenza di Siani non caccia il naso dove non gli è consentito. Perché gli scoop fanno male: scuotono le coscienze, fanno venire a galla la verità. E questo non sta bene ai boss ovviamente.
Siani quindi faceva parte di quella serie di giornalisti, scrittori o, allargando il perimetro, di tutte quelle persone, che amavano la loro professione. La storia italiana è ricca di questi personaggi e molti di questi sono poi stati ricordati in pellicole come questa: basti pensare ai “Cento passi” di Marco Tullio Giordana su Peppino Impastato o alle numerose fiction sui giudici Falcone e Borsellino. Pochi, come il sottoscritto, avrebbero conosciuto la vicenda di Siani se Marco Risi (figlio del famoso e compianto Dino) non avesse diretto questo film a distanza di quasi trent’anni dalla sua morte.
Anche oggi c’è un Siani tra noi ed è Roberto Saviano, un uomo che oggi vive praticamente da ergastolano e perennemente sotto scorta per aver scritto un libro, dove racconta nient’altro che la verità, non la rielabora, rende leggibili citazioni di atti processuali e spiega l’intelaiatura del tessuto camorristico, come guadagna, come investe, come ammazza. E per questo continua a ricevere minacce di morte: pochi mesi fa era stato persino scoperto un piano per ucciderlo, che ha costretto lo scrittore a cambiare immediatamente il suo “rifugio”. Come un animale braccato.Credo che aldilà del gradimento o no che possa derivare dalla visione del film sia necessario innanzi tutto riflettere e non dimenticare personaggi come Siani e soprattutto continuare a sostenere chi lotta per il diritto all’informazione. E solo così nel nostro paese (perché la camorra come la mafia non sono un’esclusiva di Campania e Sicilia) non vi saranno più Fortapasc.
Allego alcuni siti d’interesse:
http://www.giancarlosiani.it/mistero.html sito ufficiale di Giancarlo Siani
http://www.osservatoriocamorra.org/root_sito/pagine/
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=1179 doc. sulla vicenda Siani
giovedì 5 novembre 2009
Inglourious Basterds: Bastardi Senza Gloria
Marco Parini
Abbandonati gli eccessi splatter e B-movie delle sue ultime produzioni (Kill Bill e Grindhouse) il nuovo film di Tarantino, Inglorius Bastards, segna un ritorno ai fasti di Pulp Fiction e de Le Iene coi quali si può dire formi un trittico ideale, massima espressione della sua arte.
Il film non è privo di scene forti, citazioni e riferimenti ad elementi e cifre stilistiche tipiche dei generi tanto amati da regista di Knoxville e immancabili in ogni sua opera, ma si tratta, questa volta, di riferimenti e citazioni spesso sottili e sempre integrate con equilibrio e sapienza nel tessuto del film; così che nessun punto si ritrova a risaltare eccessivamente distraendo con forza o infastidendo lo spettatore che può, se possiede la cultura necessaria, godere di questo secondo livello di lettura senza che l’armonia della trama del film ne risulti inficiata.
Inglorius Bastards è difatti un film che, nella sua complessità, scorre benissimo e con una tale attenzione e maestria nella costruzione di ogni scena da riuscire a tenere la tensione alta fino al crescendo finale: un vero e proprio momento di catarsi collettiva che per le sue molteplici letture vale da solo, assieme al magnifico prologo, il prezzo del biglietto e quello di una seconda visione.
Il film segue due storie che vanno strettamente intrecciandosi sullo sfondo della Francia occupata dai nazisti: quella dei Bastardi di Aldo Raine e dell’ebrea Shoshanna. Aldo Raine (Brad Pitt) comanda una squadra di soldati ebrei scelti col compito di infiltrarsi dietro le linee nemiche e uccidere quanti più nazisti possibile e nel modo più cruento possibile, in una campagna a metà la guerriglia e la vendetta.
Shoshanna (Mélanie Laurent) è una francese ebrea sopravvissuta da ragazza al massacro della sua famiglia perpetrata dalle SS del colonnello Hans Landa (Christoph Waltz; al quale questa interpretazione è valsa un meritato premio a Cannes) e rifugiatasi a Parigi dove la ritroviamo a gestire, sotto falsa identità, un cinema.
L’infatuazione per Shoshanna di un eroe di guerra tedesco sarà il primo di una serie di eventi che porteranno le alte gerarchie del terzo reich nel suo cinema per una premiere. Shoshanna deciderà di approfittare dell’evento per riprendersi la rivincita sugli assassini della sua famiglia e del suo popolo mentre ai bastardi verrà assegnata la missione, con l’aiuto di un ufficiale inglese e una spia tedesca, di infiltrarsi e uccidere Hitler e i suoi gerarchi.
Hans Landa non ha propriamente una sua storia ma si può indicare senza fallo come il protagonista assoluto del film. Egli costituisce il collegamento fra la storia dei bastardi e quella di Shoshanna, interviene in entrambe con forza e costituisce il filo conduttore dell’intera opera. Col suo agire, a tratti con la sua sola presenza, impone i ritmi e i limiti agli altri personaggi, costretti costantemente a fare i conti con l’intelligenza, l’istinto e l’imprevedibilità di questo colonnello delle SS detto “Il cacciatore di ebrei”. Hans Landa non solo gioca con gli altri personaggi ma anche, e per suo tramite il regista, col pubblico imponendosi come uno dei cattivi, e tout court dei personaggi, più affascinanti del cinema.
Anche gli altri protagonisti risultano convincenti nei loro vari ruoli. Attorno a questo film esiste moltissimo materiale che Tarantino, il quale pensava inizialmente di fare de Inglorius Bastards un telefilm, ha dovuto lasciar fuori dall’opera finale e probabilmente è grazie alla sua conoscenza approfondita d’ogni singolo elemento del mondo dei bastardi che ogni personaggio, per quanto marginale e per quanto poco appaia sullo schermo, risulta ben tratteggiato, dotato di una sua psicologia e di un suo valore che gli permettono di imprimersi nella mente dello spettatore. L’unica eccezione è forse Hitler il quale risulta eccessivamente grottesco ma considerato il suo ruolo in questo film più di simbolo che di personaggio si può perdonare il suo essere una macchietta.
Come anticipato il punto culminante del film, il fulcro della parte finale, è un momento estremamente catartico. La catarsi è lo scopo principale del film che costruisce e mantiene costante la tensione, con pochi punti di sfogo umoristici e/o violenti, per permettere allo spettatore di scaricarla tutta in un colpo nella liberatoria scena madre. Detta scena è altresì il momento in cui lo spettatore ha modo di accorgersi di come tutti i riferimenti cinematografici palesi e nascosti del film non sono solamente manifestazioni di affetto di Tarantino nei confronti del cinema ma un discorso, che percorre tutta la pellicola, sul cinema: cos’è, a cosa serve e come si fa. Un discorso profondo, una seconda chiave di lettura che aggiunge molto valore a Inglorius Bastards: film catartico, fantastorico e meta filmico.
Chiunque ami il cinema dovrebbe andare a vedere che questo film che prima di essere una grande opera di fantastoria, una emozionante pellicola d’azione, una nuova perla dello stile tarantiniano, è una grande dichiarazione d’amore alla settima arte.
Abbandonati gli eccessi splatter e B-movie delle sue ultime produzioni (Kill Bill e Grindhouse) il nuovo film di Tarantino, Inglorius Bastards, segna un ritorno ai fasti di Pulp Fiction e de Le Iene coi quali si può dire formi un trittico ideale, massima espressione della sua arte.Il film non è privo di scene forti, citazioni e riferimenti ad elementi e cifre stilistiche tipiche dei generi tanto amati da regista di Knoxville e immancabili in ogni sua opera, ma si tratta, questa volta, di riferimenti e citazioni spesso sottili e sempre integrate con equilibrio e sapienza nel tessuto del film; così che nessun punto si ritrova a risaltare eccessivamente distraendo con forza o infastidendo lo spettatore che può, se possiede la cultura necessaria, godere di questo secondo livello di lettura senza che l’armonia della trama del film ne risulti inficiata.
Inglorius Bastards è difatti un film che, nella sua complessità, scorre benissimo e con una tale attenzione e maestria nella costruzione di ogni scena da riuscire a tenere la tensione alta fino al crescendo finale: un vero e proprio momento di catarsi collettiva che per le sue molteplici letture vale da solo, assieme al magnifico prologo, il prezzo del biglietto e quello di una seconda visione.
Il film segue due storie che vanno strettamente intrecciandosi sullo sfondo della Francia occupata dai nazisti: quella dei Bastardi di Aldo Raine e dell’ebrea Shoshanna. Aldo Raine (Brad Pitt) comanda una squadra di soldati ebrei scelti col compito di infiltrarsi dietro le linee nemiche e uccidere quanti più nazisti possibile e nel modo più cruento possibile, in una campagna a metà la guerriglia e la vendetta.
Shoshanna (Mélanie Laurent) è una francese ebrea sopravvissuta da ragazza al massacro della sua famiglia perpetrata dalle SS del colonnello Hans Landa (Christoph Waltz; al quale questa interpretazione è valsa un meritato premio a Cannes) e rifugiatasi a Parigi dove la ritroviamo a gestire, sotto falsa identità, un cinema.
L’infatuazione per Shoshanna di un eroe di guerra tedesco sarà il primo di una serie di eventi che porteranno le alte gerarchie del terzo reich nel suo cinema per una premiere. Shoshanna deciderà di approfittare dell’evento per riprendersi la rivincita sugli assassini della sua famiglia e del suo popolo mentre ai bastardi verrà assegnata la missione, con l’aiuto di un ufficiale inglese e una spia tedesca, di infiltrarsi e uccidere Hitler e i suoi gerarchi.
Hans Landa non ha propriamente una sua storia ma si può indicare senza fallo come il protagonista assoluto del film. Egli costituisce il collegamento fra la storia dei bastardi e quella di Shoshanna, interviene in entrambe con forza e costituisce il filo conduttore dell’intera opera. Col suo agire, a tratti con la sua sola presenza, impone i ritmi e i limiti agli altri personaggi, costretti costantemente a fare i conti con l’intelligenza, l’istinto e l’imprevedibilità di questo colonnello delle SS detto “Il cacciatore di ebrei”. Hans Landa non solo gioca con gli altri personaggi ma anche, e per suo tramite il regista, col pubblico imponendosi come uno dei cattivi, e tout court dei personaggi, più affascinanti del cinema.
Come anticipato il punto culminante del film, il fulcro della parte finale, è un momento estremamente catartico. La catarsi è lo scopo principale del film che costruisce e mantiene costante la tensione, con pochi punti di sfogo umoristici e/o violenti, per permettere allo spettatore di scaricarla tutta in un colpo nella liberatoria scena madre. Detta scena è altresì il momento in cui lo spettatore ha modo di accorgersi di come tutti i riferimenti cinematografici palesi e nascosti del film non sono solamente manifestazioni di affetto di Tarantino nei confronti del cinema ma un discorso, che percorre tutta la pellicola, sul cinema: cos’è, a cosa serve e come si fa. Un discorso profondo, una seconda chiave di lettura che aggiunge molto valore a Inglorius Bastards: film catartico, fantastorico e meta filmico.
Chiunque ami il cinema dovrebbe andare a vedere che questo film che prima di essere una grande opera di fantastoria, una emozionante pellicola d’azione, una nuova perla dello stile tarantiniano, è una grande dichiarazione d’amore alla settima arte.
domenica 18 ottobre 2009
...E' Giustizia Per Tutti.. O No?
Maurizio Fo
Come tutti sapranno o avranno almeno letto o sentito, il regista 76 enne Roman Polanski è stato arrestato lo scorso 26 Settembre all’aeroporto di Zurigo, dove era atterrato per ritirare un premio d’onore alla carriera, con un mandato di cattura internazionale proveniente dagli Stati Uniti.
Ordine d’arresto: “ricercato per atti di natura sessuale con minori”.
Il giorno successivo su molti giornali compariva il titolo “Polanski arrestato per stupro”: per qualsiasi lettore (o almeno per i lettori poco informati come il sottoscritto), un titolo simile potrebbe esser interpretato come un fatto accaduto nell’arco di qualche mese o al massimo qualche anno.
E invece no.
Ricostruiamo i fatti.
Los Angeles, 1977.
Nella villa dell’attore Jack Nicolson c’è una festa. Qui il regista (già famoso per il film “Rosemary’s Baby”, “Chinatown” e per il macabro massacro della moglie Sharon Tate per mano della “famiglia” di Manson) si apparta vicino alla piscina con una ragazza all’epoca poco più che tredicenne, Samantha Geiger. Prima il regista scatta delle foto a seno nudo della ragazza e poi ha con lei un rapporto sessuale.
Successivamente scoppia lo scandalo, i genitori della bambina denunciano il regista, che viene da subito ricercato. Al processo patteggia per l’accusa di stupro, ma l’anno successivo viene condannato per sesso con una minorenne. Il regista sostiene la tesi secondo cui la madre della bambina abbia architettato un piano contro di lui per poi ricattarlo.
Nel Gennaio del ’78, Polanski fugge dagli Stati Uniti (dove non metterà più piede) in Francia, dove ottiene la doppia nazionalità (assieme a quella polacca). Da allora vivrà in Francia o Polonia e non rientrerà mai più negli Stati Uniti o in paesi che abbiano accordi di estradizione. Non parteciperà, infatti, alla notte degli Oscar® 2003 dove vincerà con il film “Il pianista”.
Fino al 26 Settembre 2009.
Il regista forse ha scordato che anche la Svizzera assieme ad altri paesi europei è legata agli Stati Uniti con questo tipo di accordi. E scatta l’arresto.
Subito dopo, giungono una marea di critiche e di appelli in favore della sua scarcerazione da parte di intellettuali o artisti quali Irina Bokova (Direttrice dell’Unesco), Frédéric Mitterand (Ministro alla Cultura Francese). Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha detto di essere d'accordo su un approccio comune nei confronti delle autorità americane e non esclude di chiedere la concessione della grazia al presidente Barack Obama. Molti attori e registi tra cui Costa Gavras, Wong Kar Wai, Monica Bellucci e Fanny Ardant hanno firmato una petizione dove accusano la Svizzera di essersi servita del Festival, dove Polanski avrebbe ritirato il premio, per arrestarlo.
Diversa è risultata invece l’opinione del governatore della California Arnold Schwarzenegger che ha dichiarato in un’intervista alla CNN: "Sono un grande ammiratore del suo lavoro, ma se dovesse tornare in California sarebbe trattato come una persona qualsiasi".
In questo breve tempo di detenzione il regista è rimasto in carcere, dove ha continuato ad opporsi per la sua estradizione e a lavorare al suo nuovo film “The Ghost”.
Proprio ieri il regista è stato trasferito dal carcere Winterthur in un ospedale del canton Zurigo per problemi di salute (per cui soffriva già da prima dell’arresto), ma dovrebbe tornar in cella entro Lunedì.
È giusto quindi che Polanski venga estradato e sconti la sua pena per una condanna risalente a 33 anni fa? Il reato commesso è grave, certo e la legge è uguale per tutti. Ma ha senso dopo tutto questo tempo? Molti inneggiano alla grazia, ma se il reato non fosse stato commesso da un personaggio famoso?
La vittima (che vive oggi alle Hawaii) ha chiesto, nel Gennaio scorso, che il caso venisse archiviato e in un’intervista dice di averlo perdonato, in quanto il regista avrebbe già pagato abbastanza le sue colpe. Nel corso degli anni poi numerosi amici, fan, registi e attori di Hollywood hanno ribadito la necessità di dimenticare quella triste e vecchia storia.
Non si sarebbe dovuta eseguire la condanna all’epoca dei fatti? Perché aspettare l’occasione giusta o peggio tender addirittura una trappola? Perché la Francia ha ignorato per trent’anni i mandati di cattura e le richieste di estradizione americane? Parigi si schiera in favore di qualsiasi cittadino francese, senza tener conto della natura dei reati penali commessi.
È logico adesso questo accanimento giudiziario su un regista 76 enne?
Ci aggiorneremo.
Come tutti sapranno o avranno almeno letto o sentito, il regista 76 enne Roman Polanski è stato arrestato lo scorso 26 Settembre all’aeroporto di Zurigo, dove era atterrato per ritirare un premio d’onore alla carriera, con un mandato di cattura internazionale proveniente dagli Stati Uniti.Ordine d’arresto: “ricercato per atti di natura sessuale con minori”.
Il giorno successivo su molti giornali compariva il titolo “Polanski arrestato per stupro”: per qualsiasi lettore (o almeno per i lettori poco informati come il sottoscritto), un titolo simile potrebbe esser interpretato come un fatto accaduto nell’arco di qualche mese o al massimo qualche anno.
E invece no.
Ricostruiamo i fatti.
Los Angeles, 1977.
Nella villa dell’attore Jack Nicolson c’è una festa. Qui il regista (già famoso per il film “Rosemary’s Baby”, “Chinatown” e per il macabro massacro della moglie Sharon Tate per mano della “famiglia” di Manson) si apparta vicino alla piscina con una ragazza all’epoca poco più che tredicenne, Samantha Geiger. Prima il regista scatta delle foto a seno nudo della ragazza e poi ha con lei un rapporto sessuale.
Successivamente scoppia lo scandalo, i genitori della bambina denunciano il regista, che viene da subito ricercato. Al processo patteggia per l’accusa di stupro, ma l’anno successivo viene condannato per sesso con una minorenne. Il regista sostiene la tesi secondo cui la madre della bambina abbia architettato un piano contro di lui per poi ricattarlo.
Nel Gennaio del ’78, Polanski fugge dagli Stati Uniti (dove non metterà più piede) in Francia, dove ottiene la doppia nazionalità (assieme a quella polacca). Da allora vivrà in Francia o Polonia e non rientrerà mai più negli Stati Uniti o in paesi che abbiano accordi di estradizione. Non parteciperà, infatti, alla notte degli Oscar® 2003 dove vincerà con il film “Il pianista”.
Fino al 26 Settembre 2009.
Il regista forse ha scordato che anche la Svizzera assieme ad altri paesi europei è legata agli Stati Uniti con questo tipo di accordi. E scatta l’arresto.
Subito dopo, giungono una marea di critiche e di appelli in favore della sua scarcerazione da parte di intellettuali o artisti quali Irina Bokova (Direttrice dell’Unesco), Frédéric Mitterand (Ministro alla Cultura Francese). Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha detto di essere d'accordo su un approccio comune nei confronti delle autorità americane e non esclude di chiedere la concessione della grazia al presidente Barack Obama. Molti attori e registi tra cui Costa Gavras, Wong Kar Wai, Monica Bellucci e Fanny Ardant hanno firmato una petizione dove accusano la Svizzera di essersi servita del Festival, dove Polanski avrebbe ritirato il premio, per arrestarlo.
Diversa è risultata invece l’opinione del governatore della California Arnold Schwarzenegger che ha dichiarato in un’intervista alla CNN: "Sono un grande ammiratore del suo lavoro, ma se dovesse tornare in California sarebbe trattato come una persona qualsiasi".
In questo breve tempo di detenzione il regista è rimasto in carcere, dove ha continuato ad opporsi per la sua estradizione e a lavorare al suo nuovo film “The Ghost”.
Proprio ieri il regista è stato trasferito dal carcere Winterthur in un ospedale del canton Zurigo per problemi di salute (per cui soffriva già da prima dell’arresto), ma dovrebbe tornar in cella entro Lunedì.
È giusto quindi che Polanski venga estradato e sconti la sua pena per una condanna risalente a 33 anni fa? Il reato commesso è grave, certo e la legge è uguale per tutti. Ma ha senso dopo tutto questo tempo? Molti inneggiano alla grazia, ma se il reato non fosse stato commesso da un personaggio famoso?
La vittima (che vive oggi alle Hawaii) ha chiesto, nel Gennaio scorso, che il caso venisse archiviato e in un’intervista dice di averlo perdonato, in quanto il regista avrebbe già pagato abbastanza le sue colpe. Nel corso degli anni poi numerosi amici, fan, registi e attori di Hollywood hanno ribadito la necessità di dimenticare quella triste e vecchia storia.
Non si sarebbe dovuta eseguire la condanna all’epoca dei fatti? Perché aspettare l’occasione giusta o peggio tender addirittura una trappola? Perché la Francia ha ignorato per trent’anni i mandati di cattura e le richieste di estradizione americane? Parigi si schiera in favore di qualsiasi cittadino francese, senza tener conto della natura dei reati penali commessi.
È logico adesso questo accanimento giudiziario su un regista 76 enne?
Ci aggiorneremo.
martedì 22 settembre 2009
Emancipazione Knopfleriana: Kill To Get Crimson, Ovvero L'Inizio Del Distacco (Prima Parte)
Matteo Scarcia
La musica commerciale è dovuta principalmente a mancanze da parte dell’audience: si ritiene sempre necessario che l’artista che ci ha maggiormente colpito con un album debba sempre ripetersi con un nuovo disco, con nuove canzoni che piacciano allo stesso modo, che ci colpiscano allo stesso modo. In sostanza, ricerchiamo, fondamentalmente, la ripetizione dell’intuizione artistica, dell’ispirazione artistica sottoponendo quindi l’artista ad un suo sostanziale appiattimento a livello di idee. La cosa divertente è che poi, contestiamo l’artista per essere, alla fine ripetitivo e di non innovarsi mai. È questo il punto: vogliamo l’innovazione sempre vecchia. Vogliamo essere presi in giro. Quindi, vogliamo vedere che Mick Jagger e Keith Richards si scazzottino e saltino sul palco come ai vecchi tempi, anche se hanno la veneranda età di quasi settant’anni e siano quasi plastificati. Mi domando allora: cosa fareste voi se vedeste i vostri nonni saltellare a ritmo di musiche chiaramente fuori luogo per la loro età? Dubito che pensereste bene di loro. Non si può prescindere dalla propria età e c’è l’età giusta per fare le giuste cose.
Questa premessa si pone necessaria per descrivere non tanto l’artista, ma il percorso intrapreso con gli ultimi due album da colui che voglio recensire: Mark Knopfler.
Breve ricostruzione storica: Mark Knopfler è stato il fondatore, la voce, ma soprattutto la chitarra (nelle fattezze della Fender Stratocaster e, per coloro che l’hanno visto in qualche concerto anni ’80, la Dobro, la chitarra resofonica di Romeo and Juliet) dei Dire Straits, gruppo di non facile descrizione musicale in quanto sfuggente e allo stesso tempo mescolatore di molti generi musicali, ma comunque facenti capo ad un particolare tipo di rock country-folk-pop blues (di stampo J.J. Cale, come ammesso dallo stesso Knopfler).
Con l’uscita di Kill to Get Crimsom prima (2007) e Get Lucky (2009), poi Knopfler ha intrapreso un percorso musicale che si discosta molto dal genere tipico dei Dire Straits e che tante critiche riceve dai suoi fan: è passato a suoni quasi celtici, molto distanti dalle atmosfere rarefatte e un po’ polverose dei primi Dire Straits. Bene. Descriviamo i due album.
Il primo è Kill to Get Crimsom ed è uscito a seguito della collaborazione con la cantante country americana Emmylou Harris (collaborazione per la verità della quale non sentivamo granché la necessità e grandemente criticata da più parti specialmente per la resa concertistica). L’album è finalmente, il punto di rottura di Knopfler con le vecchie radici straitsiane: valzer, polche, melodie medievaleggianti caratterizzano il susseguirsi dei brani sino ai due pezzi conclusivi, a mio parere, i migliori. Madame Geneva e In the Sky. Il primo s’inserisce all’interno della scia già tracciata dallo stesso Knopfler con lavori precedenti, somigliando molto, a livello di ispirazione e di resa musicale, a pezzi come Sailing to Philadelphia e Back to Tupelo. La seconda, invece, rappresenta il definitivo distacco dell’artista dal suo passato così ingombrante: una ballata epica, sognante che culla l’ascoltatore lungo i sette minuti che la caratterizzano. Perché segna il suo definitivo distacco: assomiglia per certi versi, alle cavalcate straitsiane degli anni Ottanta, ma se ne discosta in quanto le atmosfere sono quasi minimaliste, i tocchi di chitarra sono più controllati e sembrano voler incidere più per bellezza che per quantità. Non più 3-4 minuti di assoli, ma un minuto per far scoprire all’ascoltatore che si può andare oltre con il pensiero e che si può ascoltare qualcosa di nuovo, da un artista anche vecchiotto (sessant’anni compiuti il 12 agosto), ma che porta con sé una grande carica d’ispirazione artistica, quella stessa carica che sembra persa nella maggior parte degli artisti, o presunti tali, che il mondo mediatico ci concede di giudicare.
In realtà, però, l’album è insufficiente. La critica verte principalmente sulla resa musicale delle idee knopfleriane: canzoni poco incisive, prive di mordente e di quel quid che ti fa dire “Ora la riascolto”. Così, l’album scivola via e si perde tra i troppi “ma” che affollano la mente dell’ascoltatore. Un ottimo sottofondo alla propria esistenza. Una fantastica colonna sonora e due pezzi finali che valgono da soli l’acquisto del cd (e anche qui potremmo aprire innumerevoli altre parentesi), ma forse un po’ poco per un artista dello spessore storico-musicale come Mark Knopfler. Ma per lo meno ha posto le basi per l’album successivo, simile per ispirazione ma decisamente migliore dal solito punto di vista della resa musicale. Ma di questo, ve ne parlo la prossima volta.
La musica commerciale è dovuta principalmente a mancanze da parte dell’audience: si ritiene sempre necessario che l’artista che ci ha maggiormente colpito con un album debba sempre ripetersi con un nuovo disco, con nuove canzoni che piacciano allo stesso modo, che ci colpiscano allo stesso modo. In sostanza, ricerchiamo, fondamentalmente, la ripetizione dell’intuizione artistica, dell’ispirazione artistica sottoponendo quindi l’artista ad un suo sostanziale appiattimento a livello di idee. La cosa divertente è che poi, contestiamo l’artista per essere, alla fine ripetitivo e di non innovarsi mai. È questo il punto: vogliamo l’innovazione sempre vecchia. Vogliamo essere presi in giro. Quindi, vogliamo vedere che Mick Jagger e Keith Richards si scazzottino e saltino sul palco come ai vecchi tempi, anche se hanno la veneranda età di quasi settant’anni e siano quasi plastificati. Mi domando allora: cosa fareste voi se vedeste i vostri nonni saltellare a ritmo di musiche chiaramente fuori luogo per la loro età? Dubito che pensereste bene di loro. Non si può prescindere dalla propria età e c’è l’età giusta per fare le giuste cose.
Questa premessa si pone necessaria per descrivere non tanto l’artista, ma il percorso intrapreso con gli ultimi due album da colui che voglio recensire: Mark Knopfler.
Breve ricostruzione storica: Mark Knopfler è stato il fondatore, la voce, ma soprattutto la chitarra (nelle fattezze della Fender Stratocaster e, per coloro che l’hanno visto in qualche concerto anni ’80, la Dobro, la chitarra resofonica di Romeo and Juliet) dei Dire Straits, gruppo di non facile descrizione musicale in quanto sfuggente e allo stesso tempo mescolatore di molti generi musicali, ma comunque facenti capo ad un particolare tipo di rock country-folk-pop blues (di stampo J.J. Cale, come ammesso dallo stesso Knopfler).
Con l’uscita di Kill to Get Crimsom prima (2007) e Get Lucky (2009), poi Knopfler ha intrapreso un percorso musicale che si discosta molto dal genere tipico dei Dire Straits e che tante critiche riceve dai suoi fan: è passato a suoni quasi celtici, molto distanti dalle atmosfere rarefatte e un po’ polverose dei primi Dire Straits. Bene. Descriviamo i due album.
Il primo è Kill to Get Crimsom ed è uscito a seguito della collaborazione con la cantante country americana Emmylou Harris (collaborazione per la verità della quale non sentivamo granché la necessità e grandemente criticata da più parti specialmente per la resa concertistica). L’album è finalmente, il punto di rottura di Knopfler con le vecchie radici straitsiane: valzer, polche, melodie medievaleggianti caratterizzano il susseguirsi dei brani sino ai due pezzi conclusivi, a mio parere, i migliori. Madame Geneva e In the Sky. Il primo s’inserisce all’interno della scia già tracciata dallo stesso Knopfler con lavori precedenti, somigliando molto, a livello di ispirazione e di resa musicale, a pezzi come Sailing to Philadelphia e Back to Tupelo. La seconda, invece, rappresenta il definitivo distacco dell’artista dal suo passato così ingombrante: una ballata epica, sognante che culla l’ascoltatore lungo i sette minuti che la caratterizzano. Perché segna il suo definitivo distacco: assomiglia per certi versi, alle cavalcate straitsiane degli anni Ottanta, ma se ne discosta in quanto le atmosfere sono quasi minimaliste, i tocchi di chitarra sono più controllati e sembrano voler incidere più per bellezza che per quantità. Non più 3-4 minuti di assoli, ma un minuto per far scoprire all’ascoltatore che si può andare oltre con il pensiero e che si può ascoltare qualcosa di nuovo, da un artista anche vecchiotto (sessant’anni compiuti il 12 agosto), ma che porta con sé una grande carica d’ispirazione artistica, quella stessa carica che sembra persa nella maggior parte degli artisti, o presunti tali, che il mondo mediatico ci concede di giudicare.
In realtà, però, l’album è insufficiente. La critica verte principalmente sulla resa musicale delle idee knopfleriane: canzoni poco incisive, prive di mordente e di quel quid che ti fa dire “Ora la riascolto”. Così, l’album scivola via e si perde tra i troppi “ma” che affollano la mente dell’ascoltatore. Un ottimo sottofondo alla propria esistenza. Una fantastica colonna sonora e due pezzi finali che valgono da soli l’acquisto del cd (e anche qui potremmo aprire innumerevoli altre parentesi), ma forse un po’ poco per un artista dello spessore storico-musicale come Mark Knopfler. Ma per lo meno ha posto le basi per l’album successivo, simile per ispirazione ma decisamente migliore dal solito punto di vista della resa musicale. Ma di questo, ve ne parlo la prossima volta.
lunedì 29 giugno 2009
Il Socrate Del Grande Nord: Dove La Piazza Si Fa Sala Di Cinema
Alessia Ferraris
“Le piccole ferite dell'io e le coliche morali sono esaminate al microscopio. La paura del vero che caratterizza il soggettivismo e le coscienze scrupolose è diventata di gran moda e noi corriamo finalmente in un enorme recinto in cui litighiamo sulla nostra solitudine, senza ascoltarci a vicenda, senza notare che ci spingiamo gli uni verso gli altri, sino a morirne soffocati.” (da Tino Ranieri, Ingmar Bergman, il castoro cinema).
“Le piccole ferite dell'io e le coliche morali sono esaminate al microscopio. La paura del vero che caratterizza il soggettivismo e le coscienze scrupolose è diventata di gran moda e noi corriamo finalmente in un enorme recinto in cui litighiamo sulla nostra solitudine, senza ascoltarci a vicenda, senza notare che ci spingiamo gli uni verso gli altri, sino a morirne soffocati.” (da Tino Ranieri, Ingmar Bergman, il castoro cinema).La natura è indifferente ai drammi dell’umanità: con i suoi ritmi e i suoi cicli, pare farsi beffe dei nostri travagli. E’ forse questo cuore selvaggio, che ha reso l’uomo contemporaneo così non curante verso le sofferenze dei suoi simili.
Ed ecco che l’ipersensibilità di alcuni appare più come la risposta allergica spropositata di un sistema immunitario che riconosce come dannose sostanze innocue, piuttosto che la voglia di comprendere ed aiutare l’altro: è la sensibilità che si fa vanto, nei moderni salotti radical chic.
In un simile scenario, dove l’individuo arranca nella sua ignoranza spirituale e sentimentale, salvifiche sono le figure che portano alla luce disagi ed inadeguatezze. Nella Grecia antica, Socrate aveva saputo dare una svolta al pensiero, fornendo non solo l’esempio di un metodo d’indagine, ma soprattutto proponendo un modello di vita cui ispirarsi, opponendosi ai meschini sofisti e a quei detentori di verità marmoree.
Oggi molte sono le luci che si stagliano, ma una in particolare giunge dal freddo nord Europa e prende il nome consonantico di Ingmar Bergman.
Regista poliedrico, che ha saputo fare cinema per mezzo secolo, Ingmar Bergman è sicuramente una delle voci più esperte in merito: la sua filmografia è fin dall’inizio costellata da opere che richiamano lo spettatore alla riflessione. Certo, perché se la medicina è la scienza di chi ricerca un’appagante risposta chiarificatoria sui meccanismi dell’anima e del corpo, l’arte, nella sua accezione più nobile, è la scienza di chi esige l’analisi, di chi ama l’interrogativo, di chi vorrebbe operare una radiografia al proprio spirito ed è in quest’ultima prospettiva che Bergman si pone.
L’analisi della vita dell’autore risulta quanto mai indispensabile in questo caso, dato che le esperienze biografiche diventano spunto per i suoi film. Ma partiamo con ordine.
Egli nasce in Svezia, in un’austera famiglia protestante nel 1918. Figlio di un pastore luterano, in casa regnava una disciplina ferrea, che non lasciava spazio all’errore, né tanto meno alla spontaneità. Sempre nel mirino del giudizio dei parrocchiani, la famiglia viveva “come sul palco di un teatro” e lo stress era notevole. Nessuno poteva lasciarsi andare ad atteggiamenti ritenuti “eccessivi”, la decenza e il decoro erano le parole d’ordine: Così le fantasie di un bimbo di sette anni che sognava di andare a vivere in un circo era punita in maniera esemplare (come si ricorda nell’autobiografia “Lanterna Magica”).
Un simile ambiente ha avuto conseguenze differenti sui tre figli della coppia: Ingmar Bergman asserisce di “aver imparato ad educare se stesso alla Menzogna”, celando all’altro i propri veri sentimenti, vestendo di volta in volta maschere diverse a seconda delle situazioni. Uniche costanti nei vari rapporti erano il cinismo e l’indifferenza, più o meno consapevoli.
Nessuno poteva scalfire questo gelido animo, se non la macchina da presa, che piomba nella sua vita per caso, un freddo Natale, quando gli viene regalata una rudimentale lanterna magica: è l’inizio di un legame durato per più di cinquant’anni.
Superfluo cercare nella filmografia un punto di riferimento: tre periodi si possono riconoscere nella carriera e per ciascuno di essi è arduo assegnare il titolo di capolavoro ad una singola opera. Da “Il posto delle fragole”, a “Fanny e Alexander”, da “Persona”, a “Sussurri e grida”, per non dimenticare la cosiddetta trilogia su Dio e l’acclamato “Scene da un matrimonio”.
Unico leitmotiv nel turbinio di interrogativi è l’approccio alle diverse problematiche: l’artista di Uppsala è un chirurgo, che con il bisturi della coerenza e dell’analisi impietosa rimuove i brandelli di maschere che nascondono la necrosi ora della morale ora della società. L’uomo descritto è un individuo solo nella comunità, benché attorniato da più persone, solo nella vita, benché accompagnato da un Dio ormai claudicante.
Se nella prima parte della carriera, un Bergman incerto si cementa in commedie brillanti dall’amaro retrogusto esistenzialista, è con gli anni Cinquanta che il suo cinema si svela al grande pubblico. Tra il 1957 (anno in cui esce “Il settimo sigillo”) e la fine degli anni Sessanta, il regista rincorre le tematiche più diverse, in un labirinto di dubbi e incertezze: dal rapporto conflittuale con la religione ( “Il settimo sigillo” o “Come in uno specchio”o ancora “Luci d’inverno”), alla prospettiva catastrofica di un mondo senza Dio (e senza anima, come in modo straziante è ricordato ne “Il silenzio”); dalla visione dell’arte come un rito, un qualcosa che prende avvio dal nostro inconscio più remoto (“Il volto”, “Il rito”); ai lavori più d’avanguardia, come “Persona” ( film fondato sul paradosso di un’attrice che si accorge di aver recitato molteplici ruoli nella vita reale come sul palco, senza cinicamente rilevare una gran differenza) o “L’ora del lupo”, dove si mette in scena più o meno letteralmente lo scomporsi dell’unità dell’io, la presa di coscienza dell’impossibilità dell’individuo di essere “uno” (“Lo specchio si è rotto, ma che cosa riflettono i frantumi, sapete dirmelo?” intona Johan Borg ne “L’ora del lupo”. Con “Sussurri e grida” si assiste ad uno spartiacque con il passato: è il primo lungometraggio a colori e il maestro sa giocare efficacemente con il simbolismo ad essi associato, producendo un film che si annovera tra i capolavori della storia del cinema. “Sussurri e grida” è la storia di un trio, in cui ciascun componente si fa portavoce di un modo di afferrare la vita: sono tre sorelle, di cui una è la gelida razionalità, il raziocinio disposto “a rinchiudere Cristo in un manicomio” (come viene menzionato a tal proposito nella pièce teatrale giovanile “Il giorno finisce presto” ); Liv Ullman è la carnalità esuberante, fatta di affettuosità melliflue e futili discorsi sdolcinati; ed infine la sorella malata, colei che davvero sa che cos’è la vita, proprio grazie alla sua malattia, che la porta a riconoscere nell’esistenza e nel sincero rapporto con le sorelle un significato che va al di là delle semplici moine civettuole e delle rigide asserzioni di una ragione onnipotente.
Da “Sussurri e grida” lo stile del regista si fa più scarno, abbandona la ricerca del contrasto di luci e ombre (che tanto gli riesce bene in film come “Persona" o “Luci d’inverno”) e maggiormente incentrato sul dialogo, sull’analisi dei volti e delle loro espressioni, divenendo un vero e proprio banco di prova per i suoi fedeli attori. Perciò non si può non riconoscere a “Scene da un matrimonio” del 1973 il suo fortissimo impatto mediatico (tanto che i sociologi dell’epoca riconobbero in esso la causa scatenante dell’impennata di divorzi che seguirono): ritratto di una coppia piccolo borghese dall’appagante vita tra gli agi e la serenità, il matrimonio si rivelerà ben presto un vero e proprio carcere, un incubo, scaturito dal totale “analfabetismo sentimentale” (come lo definisce il protagonista Johan) che li affligge. Un analfabetismo tuttavia ben più drammatico, che affonda le sue radici nella totale ignoranza per ciò che riguarda la propria persona, il proprio essere, che prescinde le maschere imposte de genitori, insegnanti ed amici. Johan e Marianne sono due adulti che si sono convinti della verità ontologica di quel travestimento, che hanno finito per scambiare l’abito con il corpo, il velo di Maya con il mondo. Il quadro raccapricciante è presto definito.
Con “Fanny e Alexander” Bergman ha voluto concludere la sua carriera, lasciandoci un’opera che somiglia più ad una favola, dove fantasia e narrazione autobiografica si intersecano in un racconto formidabilmente riuscito. Faranno seguito opere minori, come “Dopo le prove” e l’ultimissimo “Sarabanda”, in cui l’artista si cimenta nell’era del digitale.
In ultima analisi, perciò, nel regista svedese, si può riconoscere quella figura un po’ mitica e un po’ veritiera, che forse ha annoiato molti studenti sui banchi di scuola, ma il cui valore sociale e culturale è indiscutibile: Socrate. Il filosofo è passato alla storia per la sua inconfondibile ed inarrestabile fame di verità, che lo spingeva per le vie della polis e nelle piazze a porre le domande più banali e più semplici su temi come giustizia e libertà. E non c’era scampo per gli interlocutori: ricchi e poveri, giovani e vecchi, nessuno si poteva esimere da questo incrollabile scienziato del dubbio, che metteva in discussione non già per portare avanti una polemica sterile e distruttiva, ma anzi per porre le basi ad un sapere più solido. Allo stesso modo, Ingmar Bergman è un inquisitore dei nostri tempi, un acerrimo nemico di quello che Pierpaolo Pasolini chiamava “il laicismo consumistico che ci ha resi dei bruti, adoratori di feticci”, ma altrettanto fervido oppositore della tradizione bieca, che porta avanti idee solo “perché si è sempre fatto così”. Lucido psicanalista sine laurea, Bergman come Socrate scandaglia l’animo umano alla ricerca di quel qualcosa che possa salvarci dall’abisso del cinico raziocinio, riportandoci ad una autentica dimensione della spiritualità.
Ed ecco che l’ipersensibilità di alcuni appare più come la risposta allergica spropositata di un sistema immunitario che riconosce come dannose sostanze innocue, piuttosto che la voglia di comprendere ed aiutare l’altro: è la sensibilità che si fa vanto, nei moderni salotti radical chic.
In un simile scenario, dove l’individuo arranca nella sua ignoranza spirituale e sentimentale, salvifiche sono le figure che portano alla luce disagi ed inadeguatezze. Nella Grecia antica, Socrate aveva saputo dare una svolta al pensiero, fornendo non solo l’esempio di un metodo d’indagine, ma soprattutto proponendo un modello di vita cui ispirarsi, opponendosi ai meschini sofisti e a quei detentori di verità marmoree.
Oggi molte sono le luci che si stagliano, ma una in particolare giunge dal freddo nord Europa e prende il nome consonantico di Ingmar Bergman.
Regista poliedrico, che ha saputo fare cinema per mezzo secolo, Ingmar Bergman è sicuramente una delle voci più esperte in merito: la sua filmografia è fin dall’inizio costellata da opere che richiamano lo spettatore alla riflessione. Certo, perché se la medicina è la scienza di chi ricerca un’appagante risposta chiarificatoria sui meccanismi dell’anima e del corpo, l’arte, nella sua accezione più nobile, è la scienza di chi esige l’analisi, di chi ama l’interrogativo, di chi vorrebbe operare una radiografia al proprio spirito ed è in quest’ultima prospettiva che Bergman si pone.
L’analisi della vita dell’autore risulta quanto mai indispensabile in questo caso, dato che le esperienze biografiche diventano spunto per i suoi film. Ma partiamo con ordine.
Egli nasce in Svezia, in un’austera famiglia protestante nel 1918. Figlio di un pastore luterano, in casa regnava una disciplina ferrea, che non lasciava spazio all’errore, né tanto meno alla spontaneità. Sempre nel mirino del giudizio dei parrocchiani, la famiglia viveva “come sul palco di un teatro” e lo stress era notevole. Nessuno poteva lasciarsi andare ad atteggiamenti ritenuti “eccessivi”, la decenza e il decoro erano le parole d’ordine: Così le fantasie di un bimbo di sette anni che sognava di andare a vivere in un circo era punita in maniera esemplare (come si ricorda nell’autobiografia “Lanterna Magica”).
Un simile ambiente ha avuto conseguenze differenti sui tre figli della coppia: Ingmar Bergman asserisce di “aver imparato ad educare se stesso alla Menzogna”, celando all’altro i propri veri sentimenti, vestendo di volta in volta maschere diverse a seconda delle situazioni. Uniche costanti nei vari rapporti erano il cinismo e l’indifferenza, più o meno consapevoli.
Nessuno poteva scalfire questo gelido animo, se non la macchina da presa, che piomba nella sua vita per caso, un freddo Natale, quando gli viene regalata una rudimentale lanterna magica: è l’inizio di un legame durato per più di cinquant’anni.
Superfluo cercare nella filmografia un punto di riferimento: tre periodi si possono riconoscere nella carriera e per ciascuno di essi è arduo assegnare il titolo di capolavoro ad una singola opera. Da “Il posto delle fragole”, a “Fanny e Alexander”, da “Persona”, a “Sussurri e grida”, per non dimenticare la cosiddetta trilogia su Dio e l’acclamato “Scene da un matrimonio”.
Unico leitmotiv nel turbinio di interrogativi è l’approccio alle diverse problematiche: l’artista di Uppsala è un chirurgo, che con il bisturi della coerenza e dell’analisi impietosa rimuove i brandelli di maschere che nascondono la necrosi ora della morale ora della società. L’uomo descritto è un individuo solo nella comunità, benché attorniato da più persone, solo nella vita, benché accompagnato da un Dio ormai claudicante.
Se nella prima parte della carriera, un Bergman incerto si cementa in commedie brillanti dall’amaro retrogusto esistenzialista, è con gli anni Cinquanta che il suo cinema si svela al grande pubblico. Tra il 1957 (anno in cui esce “Il settimo sigillo”) e la fine degli anni Sessanta, il regista rincorre le tematiche più diverse, in un labirinto di dubbi e incertezze: dal rapporto conflittuale con la religione ( “Il settimo sigillo” o “Come in uno specchio”o ancora “Luci d’inverno”), alla prospettiva catastrofica di un mondo senza Dio (e senza anima, come in modo straziante è ricordato ne “Il silenzio”); dalla visione dell’arte come un rito, un qualcosa che prende avvio dal nostro inconscio più remoto (“Il volto”, “Il rito”); ai lavori più d’avanguardia, come “Persona” ( film fondato sul paradosso di un’attrice che si accorge di aver recitato molteplici ruoli nella vita reale come sul palco, senza cinicamente rilevare una gran differenza) o “L’ora del lupo”, dove si mette in scena più o meno letteralmente lo scomporsi dell’unità dell’io, la presa di coscienza dell’impossibilità dell’individuo di essere “uno” (“Lo specchio si è rotto, ma che cosa riflettono i frantumi, sapete dirmelo?” intona Johan Borg ne “L’ora del lupo”. Con “Sussurri e grida” si assiste ad uno spartiacque con il passato: è il primo lungometraggio a colori e il maestro sa giocare efficacemente con il simbolismo ad essi associato, producendo un film che si annovera tra i capolavori della storia del cinema. “Sussurri e grida” è la storia di un trio, in cui ciascun componente si fa portavoce di un modo di afferrare la vita: sono tre sorelle, di cui una è la gelida razionalità, il raziocinio disposto “a rinchiudere Cristo in un manicomio” (come viene menzionato a tal proposito nella pièce teatrale giovanile “Il giorno finisce presto” ); Liv Ullman è la carnalità esuberante, fatta di affettuosità melliflue e futili discorsi sdolcinati; ed infine la sorella malata, colei che davvero sa che cos’è la vita, proprio grazie alla sua malattia, che la porta a riconoscere nell’esistenza e nel sincero rapporto con le sorelle un significato che va al di là delle semplici moine civettuole e delle rigide asserzioni di una ragione onnipotente.
Da “Sussurri e grida” lo stile del regista si fa più scarno, abbandona la ricerca del contrasto di luci e ombre (che tanto gli riesce bene in film come “Persona" o “Luci d’inverno”) e maggiormente incentrato sul dialogo, sull’analisi dei volti e delle loro espressioni, divenendo un vero e proprio banco di prova per i suoi fedeli attori. Perciò non si può non riconoscere a “Scene da un matrimonio” del 1973 il suo fortissimo impatto mediatico (tanto che i sociologi dell’epoca riconobbero in esso la causa scatenante dell’impennata di divorzi che seguirono): ritratto di una coppia piccolo borghese dall’appagante vita tra gli agi e la serenità, il matrimonio si rivelerà ben presto un vero e proprio carcere, un incubo, scaturito dal totale “analfabetismo sentimentale” (come lo definisce il protagonista Johan) che li affligge. Un analfabetismo tuttavia ben più drammatico, che affonda le sue radici nella totale ignoranza per ciò che riguarda la propria persona, il proprio essere, che prescinde le maschere imposte de genitori, insegnanti ed amici. Johan e Marianne sono due adulti che si sono convinti della verità ontologica di quel travestimento, che hanno finito per scambiare l’abito con il corpo, il velo di Maya con il mondo. Il quadro raccapricciante è presto definito.
Con “Fanny e Alexander” Bergman ha voluto concludere la sua carriera, lasciandoci un’opera che somiglia più ad una favola, dove fantasia e narrazione autobiografica si intersecano in un racconto formidabilmente riuscito. Faranno seguito opere minori, come “Dopo le prove” e l’ultimissimo “Sarabanda”, in cui l’artista si cimenta nell’era del digitale.
In ultima analisi, perciò, nel regista svedese, si può riconoscere quella figura un po’ mitica e un po’ veritiera, che forse ha annoiato molti studenti sui banchi di scuola, ma il cui valore sociale e culturale è indiscutibile: Socrate. Il filosofo è passato alla storia per la sua inconfondibile ed inarrestabile fame di verità, che lo spingeva per le vie della polis e nelle piazze a porre le domande più banali e più semplici su temi come giustizia e libertà. E non c’era scampo per gli interlocutori: ricchi e poveri, giovani e vecchi, nessuno si poteva esimere da questo incrollabile scienziato del dubbio, che metteva in discussione non già per portare avanti una polemica sterile e distruttiva, ma anzi per porre le basi ad un sapere più solido. Allo stesso modo, Ingmar Bergman è un inquisitore dei nostri tempi, un acerrimo nemico di quello che Pierpaolo Pasolini chiamava “il laicismo consumistico che ci ha resi dei bruti, adoratori di feticci”, ma altrettanto fervido oppositore della tradizione bieca, che porta avanti idee solo “perché si è sempre fatto così”. Lucido psicanalista sine laurea, Bergman come Socrate scandaglia l’animo umano alla ricerca di quel qualcosa che possa salvarci dall’abisso del cinico raziocinio, riportandoci ad una autentica dimensione della spiritualità.
mercoledì 3 giugno 2009
La Triste Realtà Dell'Irreale: "The Truman Show"
Irene Deltetto
Quando pensiamo ad un’opera visionaria e geniale nella sua genialità, la prima persona a cui pensiamo è George Orwell, con il suo “1984”. Se la risposta fosse un’altra sarebbe comunque l’opera di uno scrittore, di un giornalista, magari di uno scienziato. Mai penseremmo ad un film. Invece è proprio di un film che voglio parlare. Questo film è “The Truman Show”, del 1998.
In pochi si ricorderanno bene di questo film, che fu accolto in modo piuttosto tiepido anche quando uscì nei cinema. In un momento ancora libero da Grandi Fratelli, Isole dei Famosi e chi ne ha più ne metta, Peter Weir (regista dei più conosciuti “L’attimo Fuggente” e “Master & Commander”) girò un film fondato proprio sul morboso desiderio degli uomini di spiare dal buco della serratura e, parallelamente, all’insito istinto della curiosità e del desiderio di verità. Si contrappongono due figure: un uomo, Truman, appunto, l’Uomo Vero, che nasce e cresce all’interno di un set televisivo, un mondo creato a tavolino per lui, dove tutti lo possono spiare, appassionarsi, crescere con lui, che però si pone delle domande, vuole capire chi è, da dove viene, perché alcune cose accadono, e, dall’altra parte del teleschermo, gli spettatori che seguono, trattenendo il fiato, ogni sua mossa. Tutti i gesti, i comportamenti di Truman sono seguiti e, talvolta, corretti, nella misura in cui l’imprevisto potrebbe nuocere allo share del programma. Nel “Truman Show”, il reality del film, passano una serie di personaggi che rappresentano diversi approcci al problema posto dal film: c’è la moglie, che ci appare un’attrice senza la minima considerazione per i sentimenti del protagonista, il migliore amico, che rispetta il copione cercando però di parlare con Truman e entrarci per quanto possibile veramente in contatto e la ragazza conosciuta al liceo, mai dimenticata da Truman, che al tempo cercò di liberarlo dall’inganno e perciò subito eliminata dal reality, che rappresenta in qualche modo il desiderio di sapere dell’uomo, di sapere di più. Solo la pubblicità, fatta dagli attori durante la ripresa, in modo da non perdersi nemmeno un secondo della soap, interrompe l’idillio di questo mondo quasi invidiabile.
Questo film è in apparenza molto frivolo e leggero, dalla patinata copertina hollywoodiana, e forse è proprio questa la sua forza, perché allo spettatore attento rivela con estrema delicatezza ciò che si trova nell’animo umano. Alla luce di questo film è facile capire perché in Italia al momento la preoccupazione maggiore (e drammaticamente anche uno degli argomenti di conversazione più gettonati) sia con chi sia andato a letto il premier. Perché in fondo tutti vogliamo spiare dal buco della serratura. E se questo morboso desiderio è persino legittimato dall’opinione pubblica e dalla stampa, che cosa ci può essere di meglio?
Quando pensiamo ad un’opera visionaria e geniale nella sua genialità, la prima persona a cui pensiamo è George Orwell, con il suo “1984”. Se la risposta fosse un’altra sarebbe comunque l’opera di uno scrittore, di un giornalista, magari di uno scienziato. Mai penseremmo ad un film. Invece è proprio di un film che voglio parlare. Questo film è “The Truman Show”, del 1998.In pochi si ricorderanno bene di questo film, che fu accolto in modo piuttosto tiepido anche quando uscì nei cinema. In un momento ancora libero da Grandi Fratelli, Isole dei Famosi e chi ne ha più ne metta, Peter Weir (regista dei più conosciuti “L’attimo Fuggente” e “Master & Commander”) girò un film fondato proprio sul morboso desiderio degli uomini di spiare dal buco della serratura e, parallelamente, all’insito istinto della curiosità e del desiderio di verità. Si contrappongono due figure: un uomo, Truman, appunto, l’Uomo Vero, che nasce e cresce all’interno di un set televisivo, un mondo creato a tavolino per lui, dove tutti lo possono spiare, appassionarsi, crescere con lui, che però si pone delle domande, vuole capire chi è, da dove viene, perché alcune cose accadono, e, dall’altra parte del teleschermo, gli spettatori che seguono, trattenendo il fiato, ogni sua mossa. Tutti i gesti, i comportamenti di Truman sono seguiti e, talvolta, corretti, nella misura in cui l’imprevisto potrebbe nuocere allo share del programma. Nel “Truman Show”, il reality del film, passano una serie di personaggi che rappresentano diversi approcci al problema posto dal film: c’è la moglie, che ci appare un’attrice senza la minima considerazione per i sentimenti del protagonista, il migliore amico, che rispetta il copione cercando però di parlare con Truman e entrarci per quanto possibile veramente in contatto e la ragazza conosciuta al liceo, mai dimenticata da Truman, che al tempo cercò di liberarlo dall’inganno e perciò subito eliminata dal reality, che rappresenta in qualche modo il desiderio di sapere dell’uomo, di sapere di più. Solo la pubblicità, fatta dagli attori durante la ripresa, in modo da non perdersi nemmeno un secondo della soap, interrompe l’idillio di questo mondo quasi invidiabile.
Questo film è in apparenza molto frivolo e leggero, dalla patinata copertina hollywoodiana, e forse è proprio questa la sua forza, perché allo spettatore attento rivela con estrema delicatezza ciò che si trova nell’animo umano. Alla luce di questo film è facile capire perché in Italia al momento la preoccupazione maggiore (e drammaticamente anche uno degli argomenti di conversazione più gettonati) sia con chi sia andato a letto il premier. Perché in fondo tutti vogliamo spiare dal buco della serratura. E se questo morboso desiderio è persino legittimato dall’opinione pubblica e dalla stampa, che cosa ci può essere di meglio?
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